Campi di concentramento italiani per gli sloveni

di | 27 Febbraio 2012

Intervento di Marco Cuzzi a Borovnica

Nell’agosto 1942 Emilio Grazioli, Alto commissario della cosiddetta “provincia autonoma di Lubiana” (ovvero le zone della Slovenia occupate dall’esercito italiano nell’aprile 1941 e annesse al Regno d’Italia), emanò una circolare che di fatto suddivideva la popolazione slovena in tre categorie: la stragrande maggioranza della popolazione, da assimilare con un drastico processo di denazionalizzazione; coloro che avevano preso parte ad azioni contro le autorità militari italiane, che dovevano essere eliminati; i fiancheggiatori del movimento partigiano e i semplici sospetti, da deportare in appositi campi distribuiti tra i territori occupati e l’Italia metropolitana. A questi ultimi si dovevano aggiungere anche gli sloveni che necessitavano di una sorta di protezione perché sfollati senzatetto, oppure in fuga dagli arruolamenti forzati da parte dei partigiani, dei œetnici (o talvolta degli ustaøa croati). Gli internati a titolo repressivo furono trattati come prigionieri di guerra, mentre gli altri godettero di maggiori diritti ma in una situazione pur sempre costrittiva. I flussi di internati sloveni raggiunsero nel corso dell’estate 1942 i campi di concentramento di: Renicci (Arezzo), Cairo Montenotte (Savona), Borgo Chiesanuova (Padova), Monigo (Treviso), Gonars e Visco (Udine), e la poi ancora più famigerata risiera di San Sabba (Trieste). A questi si aggiunsero quattro campi installati su altrettante isole dalmate: Rab (Arbe), Hvar (Lésina), Braœ (Brazza) e Korœula (Curzola). Incerto è il numero complessivo degli internati sloveni, che comunque dovrebbe aggirarsi attorno ai 21 mila. Tra essi, abitanti della “nuova provincia” occupata nel 1941, una porzione dei cosiddetti “allogeni”, cioè i più irrequieti appartenenti alla minoranza slovena popolante i territori del litorale (Postumia-Capodistria) occupati nel 1918, e numerosi ex militari jugoslavi provenienti dall’ex Banovina della Sava. Di questi, circa 13.500 erano gli internati di costrizione, mentre gli internati “di protezione” ammontavano a circa 7.500 unità. Le condizioni dei campi, sottoposti all’autorità militare, variavano a seconda dei luoghi, e non del grado di pericolosità degli internati. I peggiori, dal punto di vista alimentare e igienico-sanitario ma anche per le vessazioni compiutevi all’interno, erano Gonars, Visco, Monigo, Renicci, Chiesanuova ma soprattutto Arbe. Il campo sull’isola dalmata, che rinchiuse anche 930 donne e 287 bambini, raggiunse un tasso di mortalità elevatissimo (più di mille furono i morti, e tra questi numerosi minori). Più contenute furono le perdite lamentate in altri luoghi, ma in complesso secondo Ferenc i morti furono 2.424 (di cui 1.435 solo ad Arbe). A questi morti si dovrebbero aggiungere le vittime successive all’arrivo dell’esercito tedesco dopo l’8 settembre 1943, quando i nazisti entrarono i numerosi campi italiani trovandoli privi di guardiani ma ancora parzialmente occupati dagli internati. Tutti gli sloveni israeliti (ma anche molti sloveni non ebrei) furono trasportati nei vagoni piombati verso le famigerate destinazioni di Dachau, Mauthausen, Bergen-Belsen, Gusen, trovando colà il destino finale di una lunga agonia. Al termine del conflitto, le nuove autorità jugoslave richiesero agli Alleati la consegna di una trentina di italiani (militari, funzionari civili, esponenti fascisti) rei di avere compiuto particolari efferatezze nei campi, e comunque di avere consentito e governato l’internamento degli sloveni in Italia e sulle isole dalmate. Nessuno di questi fu mai consegnato per essere processato.

Marco Cuzzi