Che vivano tutti i popoli

di | 27 Febbraio 2012

Discorso di France Cukjati sul Sabotino

Egregio sig. Presidente dell’associazione Concordia et pax, egregi amici italiani e sloveni, signore e signori.

Un caloroso saluto a tutti voi, che siete venuti su questo bellissimo Sabotino, per rilassarvi, per riempire i polmoni di aria fresca, per stringere la mano agli amici e per dare ascolto alla parola amica, slovena e italiana.

Questi sono i momenti nei quali l’uomo lascia dietro di sé il tumulto delle preoccupazioni quotidiane, dimentica i litigi sul lavoro e le incomprensioni tra vicini, dimentica tutte le ingiustizie e gli insuccessi, e per un attimo si lascia andare alla sensazione di come è bello se siamo veramente amici, gentili e comprensivi gli uni con gli altri.

Però il Sabotino non ha ospitato solo gruppi di amici. Da qui sono passate numerose guerre, ogni pietra è macchiata di sangue. Anche questa regione, questa terra sulla quale spazia lo sguardo – sono state nella storia irrorate dalle lacrime delle persone sofferenti.

Gli abitanti di queste regioni sono stati perseguitati, imprigionati, sono stati anche uccisi soltanto perché pensavano in modo diverso, desideravano un mondo diverso, credevano in principi morali diversi o semplicemente parlavano un’altra lingua madre in quanto portatori di un sistema, che ha usurpato il potere sulla vita e la morte delle persone.

“Mai più!” abbiamo giurato tutti quanti dopo la seconda guerra mondiale, eppure solo qualche anno fa nuovamente avevamo i campi di concentramento e gli stermini di massa sui Balcani.

Non c’è una formula magica, che una volta per sempre possa far regnare la pace e la convivenza. Non esiste un modo con il quale una volta per tutte potremmo diventare amici, vicini, persone – uomini nell’accezione più nobile e più sacra del termine. E qual è la strada che ci permetterà, non solo di diventare così, ma anche di rimanere tali?

Come possiamo noi, uomini, fare la pace, diventare amici quando ci siamo inferti tanta sofferenza? Forse dimenticando, ignorando, rinnegando la sofferenza? Cancellando dai libri di storia Teharje Koœevski Rog, Rab, Gonars, le foibe? No – questa non sarebbe la strada giusta. Chi commette un’ingiustizia deve poi confrontarsi con il proprio peccato. Soltanto quando il colpevole guarderà la sua vittima negli occhi, riconoscerà se stesso, il proprio peccato.

Ma come può un popolo, che ha inferto ad un altro popolo un’ingiustizia, guardare negli occhi il proprio peccato e redimersi? C’è solo una strada. Molto semplice e molto personale. Dobbiamo diventare uomini.

Soltanto quando l’uomo si sofferma e si immedesima nel dolore personale della vittima, di un perseguitato vero, di un prigioniero vero, di un ostaggio vero, di un recluso vero, … quando è pervaso da un vero sentimento di sofferenza – indifferentemente da chi ha provocato la sofferenza – soltanto allora intuirà qualche cosa che è difficile descrivere con le parole.

La vera umana compassione nei confronti della vittima è già nella sua essenza una condanna a ciò che ha provocato la sofferenza. La compassione è la condanna del crimine. Se invece la compassione arriva da parte di chi ha provocato la sofferenza è già un’ammissione e una richiesta di perdono.

La strada verso la conciliazione passa dalla compassione per chi soffre. Il forte rimarcare le accuse e le pressanti richieste di ammissione di colpe non ci saranno di grande aiuto. Piuttosto ricordiamo insieme la sofferenza delle persone, che sono state travolte da un secolo di sistemi totalitaristi. Ricordiamo principalmente quella sofferenza, che è stata provocata da coloro di cui qualcuno può sempre dire “sono dei nostri”. Credo, che arriverà il giorno, nel quale saremo capaci di produrre film onesti sulla sofferenza nei campi di concentramento – secondo il principio “noi su di noi”. I tedeschi su Auschwitz, gli Italiani su Rab e gli Sloveni sui Teharji.

Egregi, è bello lo sguardo dal Sabotino su Gorizia, sulla terra, sulla quale l’amicizia tra due popoli si sta fortificando e approfondendo. Tra due popoli sempre più capaci di rendere un omaggio congiunto alle vittime di qualsiasi totalitarismo. Non attraverso la reciproca condanna, ma con la compassione e la pietà verso i sofferenti.

A quei singoli, che tracciano i simboli nazisti sulle lapidi commemorative chiedo di non farlo. Sono ancora vive persone per le quali la croce uncinata rappresenta un doloroso ricordo delle efferatezze dei campi di concentramento nazisti. A coloro, invece, che sul Sabotino scrivono il nome di Tito e lo esaltano, invece, chiedo di pensare a quelli che sono i sentimenti che provano coloro, i genitori dei quali, su ordine di Tito sono finiti nelle forre carsiche oppure sono sopravvissuti alle atrocità del Goli Otok e il regime di Tito gli ha privati della giovinezza e della loro carriera professionale.

Così come i nostri vicini Italiani, anche noi Sloveni desideriamo vivere come amici tra persone buone. Ci sentiamo ovviamente prima di tutto Sloveni, ma siamo contemporaneamente anche Europei. Nella nostra Zdravljica prima brindiamo alle nostre giovani e ai nostri giovani, subito dopo esclamiamo: “Che vivano tutti i popoli!”. Anche noi desideriamo e siamo capaci di dialogare, tentiamo di risolvere le incomprensioni così, come si risolvono lì dove – come dice la nostra Zdravljica – “non il diavolo ma il nostro vicino è il nostro confinante”.

Egregi, se saremo capaci di coltivare e di preservare questa precristiana compassione, la capacità di immedesimarsi nelle difficoltà degli altri, di vedere con il cuore anche le cose, che sono invisibili agli occhi, poi saremo anche capaci di ammettere la causa della sofferenza umana e di condannare il delitto perpetrato da tutte le follie totalitaristiche. E solo dopo, purificati, rilassati e umanizzati, potremo costruire e preservare il nostro mondo più bello di come è stato nel secolo precedente.

Che questo confine di stato, questo nostro luogo di ritrovo, la chiesa di San Valentino, siano il simbolo del nostro comune desiderio di comprendere, che ci lega l’appartenenza alla stessa cultura europea e agli stessi principi morali dai quali deriva un vero sentimento per il prossimo e la capacità di condividere la sofferenza degli altri, indipendentemente da chi l’ha provocata. Ciò è possibile, perché – come dice il nostro scrittore sloveno Ivan Cankar – “La propria sofferenza è come uno specchio, nel quale l’uomo riconosce la sofferenza di degli altri.”

France Cukjati