“I vicini lontani” di Paolo Fonda

di | 27 Febbraio 2012

4 marzo 2005

Quattordici anni fa al confine orientale dell’Italia si è costituita la Repubblica di Slovenia. Ciò che allora per primo era balzato agli occhi era la pressoché assoluta non conoscenza che in Italia si aveva dei vicini, con i quali pur si condivideva qualche centinaio di chilometri di frontiera. L’immagine che se ne ricavava dai mass media nazionali appariva spesso più oscura ed indefinita di lontane realtà quali l’Armenia o la Lituania. Molti italiani, spesso anche giornalisti, a fatica distinguono la Slovenia dalla Slovacchia o dalla Slavonia e nell’incertezza ricorrono al più generico termine slavi, che connota soltanto l’antica comune origine linguistica di numerosi popoli che vivono oggi tra Trieste e Vladivostok. Eppure è più di un millennio che alle porte orientali d’Italia con gli sloveni si convive. [1]Il fatto curioso era che la scarsa propensione degli italiani alla conoscenza dei vicini orientali, era in sostanza – anche se ovviamente in misura e con modalità diverse, data la differente consistenza delle due nazioni – reciprocamente condivisa dagli abitanti della Slovenia. Lì la conoscenza della lingua italiana era piuttosto rara (ad eccezione delle zone a ridosso della frontiera). L’interesse per la cultura, la scienza e la tecnologia italiana non era assente, ma più simile (o forse inferiore) a quello per altri paesi stranieri lontani e non invece vivo e intenso, con collegamenti strutturati e consolidati, come ci si potrebbe aspettare tra vicini di così lunga data. Gli interessi culturali e scientifici degli sloveni erano tradizionalmente rivolti principalmente verso i mondi germanico e anglosassone. Per citare un esempio, basti il dato, che nel 1992, su 110 testi di letteratura straniera tradotti in sloveno, uno soltanto era di autore italiano. Le traduzioni di autori sloveni in italiano sono ancora più rare.

Negli ultimo anni i rapporti e la reciproca conoscenza sono andati indubbiamente migliorando, ma con notevole lentezza.

Eppure esistono le due minoranze, quella slovena in Italia e quella italiana in Slovenia, che essendo perfettamente bilingui avrebbero potuto svolgere agevolmente una funzione di intermediazione.

Le sfortunate vicende storiche, che hanno visto i due popoli militare per secoli in campi avversi, nonché gravitare su aree culturali diverse: su quella mitteleuropea gli sloveni e su quella mediterranea ed occidentale gli italiani, hanno certamente giocato il loro ruolo. Tutto ciò però non basta a spiegare del tutto l’attuale situazione.

Gli sforzi, pur sempre più intensi, di ampliare ed arricchire i rapporti tra le due nazioni, sembrano ancora condizionati dal peso del passato. Si continua a scontrarsi con la presenza nelle due culture di inveterate, quanto aberranti e irrealistiche, immagini stereotipate del proprio e dell’altrui gruppo. Alla formazione di questi stereotipi hanno contribuito corposamente traumi antichi e recenti, tuttora non superati da ambedue le parti, specie nelle aree di confine. Queste finiscono così per essere spesso più un ostacolo che un ponte tra i due popoli. Persistono radicati sensi di reciproca estraneità e diffidenza.

È su questi aspetti che vorrei soffermarmi, poiché concernono versanti psicologici, sui quali mi è più agevole muovermi nel tentare di dare un contributo al superamento delle reciproche diffidenze.

Vorrei perciò considerare il fatto, che in queste terre ambedue i popoli che vi vivono, italiani e sloveni, hanno ben radicati, ognuno nella propria cultura di gruppo, le immagini stereotipate dell’altro come ostile e minaccioso. Appare però alquanto bizzarro che, mentre ognuno dei due gruppi si sente minacciato dall’altro, nessuno dei due ritenga di aver mai realmente costituito un pericolo per l’altro e pertanto ognuno ha lo stereotipo di sé come assolutamente buono e inoffensivo.

Gli stereotipi della minaccia costituita dagli altri possono avere radici in fattori diversi: 1° – nella paura che si possano ripetere fatti già accaduti (i fatti, specie se traumatici, confermano il pericolo); 2 ° – nella paura che possa succedere qualcosa che è ritenuto possibile o addirittura probabile (anche se non è successo); 3° – nella paura che possa succedere qualcosa di improbabile o addirittura di impossibile (quindi un delirio persecutorio).

Facendo parte dell’etnia slovena e riflettendo sul “pericolo slavo”, che da tempo tanto affaccenda gli italiani di queste terre, sono stato per lungo tempo propenso ad inserire tale paura per lo più nella terza ipotesi: nel delirio persecutorio. Devo ammettere, che ho faticato non poco a liberarmi – almeno in parte – dal condizionamento della cultura del mio gruppo, dopodiché mi si è andato delineando un quadro alquanto diverso, nel quale i primi due fattori, quelli dei fatti già avvenuti e dei pericoli possibili o probabili, hanno un ruolo ben più consistente. Ciò mi ha aiutato a intravedere il quadro, che qui mi accingo a descrivere e che comprende, accanto al pericolo costituito dagli italiani per gli sloveni, anche quello che gli sloveni hanno realmente costituito per gli italiani.

Sulla scena triestina in particolare è in voga da più di cent’anni lo slogan del “pericolo slavo” (trasformatosi poi per un lungo periodo nel “pericolo slavo-comunista”). Tale pericolo è sentito come una perpetua minaccia nei confronti della Trieste italiana e la cittadinanza è stata costantemente chiamata a mobilitarsi per difendersene.

Gli sloveni ne sono in genere sconcertati e non riescono a capacitarsi sul come un popolo pacifico come il loro, possa mai aver rappresentato un pericolo per chicchessia. Alla base della loro identità nazionale c’è la cultura e il poeta Prešeren, la cui “Zdravljica” è simbolo di pacifismo e di fratellanza tra i popoli. Gli sloveni non sono mai stati militaristi, tanto meno colonialisti e non si sono mai lasciati trasportare da ideologie razzistico-nazionaliste né da concetti di “nazione superiore” ecc. Sono convinti del contrario: sono gli italiani che da sempre costituiscono un pericolo per loro. Gli sloveni hanno pertanto un’immagine stereotipata di sé come un popolo assolutamente inoffensivo e pacifico, mentre quella degli italiani è di un popolo di cui diffidare perché fonte di pericolo.

Gli italiani sono sconcertati a loro volta dal sentirsi percepiti dagli sloveni come un secolare pericolo, poiché essi stessi, in base allo stereotipo che hanno di sé, si considerano un popolo pacifico, culla della cultura umanistica europea e della millenaria civiltà cristiana, pervasi da un profondo desiderio di condividere con i popoli vicini le proprie ricchezze culturali. L’immagine di base è quella degli “italiani brava gente”, che non hanno mai fatto del male a nessuno. Non possono capire l’ottusità degli sloveni, che si ostinano a diffidare delle loro generose offerte e che hanno continuato invece ad essere immotivatamente così minacciosi.

SVILUPPO E CRESCITA DELLE NAZIONI

Nell’Europa del 19° secolo le nazioni che “si risvegliavano” dovevano costruirsi una propria identità, crearsi uno spazio vitale, assicurarsi una base economica e consolidare il proprio potere politico e militare. In questa fase sono nati frequenti conflitti e guerre, poiché le direttrici di sviluppo e gli interessi vitali delle singole nazioni spesso si accavallavano e risultava tutt’altro che chiaro, cosa dovesse appartenere a ciascuno. Tutto ciò è continuato per buona parte del 20° secolo ed è solo con l’Unione Europea che ci si avvia, almeno si spera, al superamento di queste logiche così primitive e così catastrofiche.

Tentando di osservare il tutto da una prospettiva più distaccata, potremmo immaginare le nazioni alla loro nascita come degli organismi dotati di una formidabile vitalità e di un intenso bisogno di crescita e di sviluppo. Sembrerebbero tendere in modo quasi inarrestabile verso quegli elementi (una struttura statale, un territorio con confini sicuri, vie di comunicazione, ricchezze naturali ecc.), che possono garantire loro uno sviluppo e una crescita ottimale. In tutto ciò sembra di percepire un’intensa spinta, cieca, quasi biologica, che condiziona pesantemente il sentire, il pensare e l’agire dei popoli. Queste spinte appaiono tanto più potenti, quanto più in un determinato momento storico sono minacciati l’unità, il benessere e la forza della comunità nazionale. Tali bisogni primari sembrano condizionare profondamente la cultura.

Ogni nazione, in passato, ha sentito come del tutto naturale il proprio diritto allo sviluppo, indipendentemente dal fatto che questo potesse limitare o anche arrecare danno ai vicini. E’ altresì molto difficile che nei periodi di tensione e di forti conflitti il singolo individuo riesca ad elevarsi al di sopra di queste dinamiche di gruppo e raggiungere una visione d’insieme più oggettiva. Quando nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento il popolo italiano strutturava gli elementi costitutivi di sé come entità nazionale, tra i quali ovviamente anche l’unificazione territoriale in una sola entità statuale, riteneva i propri progetti del tutto naturali e non si poneva molti problemi se la realizzazione di tale unità sul versante orientale era di fatto in contrasto con le aspirazioni degli sloveni e dei croati, protesi a loro volta verso analoghi obiettivi di una propria unificazione nazionale.

Allo stesso modo, nei progetti di unificazione nazionale degli sloveni, come dei croati, non rileviamo traccia della considerazione, che tale unificazione avrebbe comportato la separazione di centinaia di migliaia di italiani dalla loro patria.

Specie per quanto concerne l’appartenenza dei territori, da ambedue le parti i diritti dell’altro venivano negati nei modi più disparati. Tutti cercavano di stravolgere i numeri dei censimenti etnici, di considerare come propri gli appartenenti all’altro gruppo, secondo le formule: “in origine erano nostri”, “se diventano nostri saranno partecipi di una cultura superiore”, “con noi staranno meglio economicamente”, “con noi godranno di un sistema sociale più giusto” ecc. Ognuno sceglieva i criteri che gli erano più vantaggiosi: quelli storici (“noi c’eravamo prima”), quelli geografici (“lo spartiacque”), quelli sociologici (“determinanti sono le città e non l’entroterra” o viceversa) ed altri ancora. La creatività nell’escogitare tali criteri è stata da entrambe le parti formidabile. Quella più trascurata – specie da chi era in una posizione di forza – è stata di fatto proprio l’autodeterminazione delle popolazioni.

Quando a noi sloveni succede di sentire degli italiani lamentarsi dell’iniquità dell’attuale confine e di rammaricarsi, che non sia situato più ad est e che l’Istria non sia più parte dell’Italia, sorge immediatamente in noi una grossa tensione emotiva e un rabbioso dolore, per quella che sentiamo come “la cecità, la malafede e l’insensibilità degli italiani per i nostri diritti” e finiamo con il percepirli come ostili e pericolosi. Difficilmente però ci rendiamo conto, che discorsi quali: “Peccato che non siamo riusciti a tenerci Trieste e Gorizia!”, che a noi vengono altrettanto naturali, ingenerano negli italiani sentimenti del tutto simili ai nostri. In entrambi è di fatto troppo spesso assente la capacità di mettersi nei panni dell’altro e di rendersi conto, cosa possa essere per lui doloroso o minaccioso.

COLPA – RESPONSABILITÀ – RICONOSCIMENTO

Riflettendo su questi temi si arriva prima o poi al problema dei criteri in base ai quali esprimere dei giudizi etici sugli eventi storici. E’ frequente la tendenza a una specie di “individualizzazione” dei gruppi. Espressioni quali: “se l’Italia avesse deciso diversamente” o “se gli sloveni avessero scelto questo anziché quello”, attribuiscono a dei gruppi molto ampi – come le entità nazionali – la capacità di pensare in modo razionale o addirittura etico, di disporre cioè di una capacità di discernere e di decidere simile a quella che può avere in certe circostanze un singolo individuo. Tutto ciò sembra invece poco applicabile alle grandi “masse” – quali possono essere le nazioni – che appaiono invece così spesso mosse da forze ineludibili, qualcosa che richiama l’immagine della forza di gravità. La direzione di tali spinte appare determinata da congiunture storiche, politiche, economiche e culturali aventi radici in bisogni profondi e fondamentali e origini in un passato ben più remoto di quanto possa sembrare.

Nei momenti di crisi, quando una comunità si sente minacciata in qualcosa di essenziale, inizia ad aumentare la tensione, gli individui vengono automaticamente forzati verso determinate modalità di pensiero e si restringe fino quasi a sparire lo spazio per una riflessione oggettiva. Il gruppo-nazione comincia a cercare affannosamente un capo o un sottogruppo guida, che siano in grado di indicare con chiarezza le vie da percorrere e gli obiettivi da raggiungere, i quali però non possono discostarsi molto da ciò che è l’interpretazione delle direttrici, che nel gruppo già si sono andate confusamente formando. Da questo punto di vista potrebbe apparire in buona parte ingenuo il pensare di poter manovrare una “massa” quando è già in movimento e il leader carismatico, più che un protagonista, appare un interprete del ruolo assegnatogli.

Risulta pertanto piuttosto illusoria l’immagine, secondo la quale la vita e lo sviluppo delle nazioni dipenderebbero da un certo volontarismo, secondo il quale le “scelte” nazionali sarebbero più volute e coscienti di quanto in realtà lo siano.

Non sostengo però fatalisticamente, che siamo soltanto dei testimoni impotenti di un “divenire naturale”. Perciò non incentrerei il discorso sul “se”, ma piuttosto sul “quanto, quando e come” l’individuo da solo, o associandosi a sottogruppi attivi, possa inserirsi in quei seppur piccoli spazi di manovra, che ritengo sempre anche esistenti nel corso degli eventi del gruppo-nazione.

Tali considerazioni richiamano alla memoria il sovvertimento della visione dell’uomo prodotta dalla scoperta freudiana dell’inconscio. L’antropologia psicoanalitica a la gruppo-analisi stanno dando un contributo alla scoperta dello psichismo e dell’inconscio di gruppo. (Questo però in un contesto antropologico non appare come un concetto puramente psicologico, poiché è inscindibilmente legato anche ai fattori della sopravvivenza, quali quello economico, tecnologico, ambientale ecc., che influenzano fortemente la cultura di gruppo). Ciò ridimensiona ulteriormente la visione idealistica del divenire collettivo su base volontaristica. Da Copernico, attraverso Darwin, Marx e Freud, fino alle concezioni attuali della gruppalità, la volontà umana viene relegata in un ruolo sempre più marginale, anche se – a mio avviso – non ne è mai cancellata del tutto. E’ una progressiva e lenta, quanto al momento anche dolorosa, erosione del vissuto onnipotente di sé, che sembra aver caratterizzato l’infanzia dell’umanità così come caratterizza l’infanzia dell’individuo.

E qui sembra nascere un paradosso, che in parte ribalta la questione: da un lato la scienza amplia le capacità dell’uomo di modificare con successo la realtà che lo circonda, consolidando l’illusione sull’onnipotenza tecnologica umana; su un altro versante invece, scoprendo meccanismi della vita sempre più estesi e complessi, lo spinge verso l’accettazione di una propria perlomeno parziale impotenza nel poter intervenire ed efficacemente modificare il corso della storia. Ma è solo con l’accettazione di questo proprio ridimensionamento, che l’uomo può porsi in una posizione più vantaggiosa: solo rinunciando all’onnipotenza, ed evitando di ricadere in una rinunciataria sensazione di impotenza, può attestarsi in una più fattiva posizione di potenza.

Dopo queste riflessioni ci possiamo ricollegare all’annosa questione delle colpe collettive. Da quanto appena detto potrebbe derivare, che solo in una piccola parte possa essere giustificato parlare di colpe dei grandi gruppi e che forse sarebbe meglio parlare di responsabilità per determinati fatti e per le loro conseguenze. In questo contesto ritengo fondamentale il riconoscimento delle responsabilità che un gruppo, un popolo, una nazione può aver avuto in eventi più o meno tragici.

A coloro che sostengono la non esistenza delle colpe o delle responsabilità collettive, ma ammettono solo quelle individuali, contrapporrei il fatto, che nessun popolo può prescindere dal sentirsi partecipe e dall’inserire nella propria identità il retaggio delle meritorie gesta di santi, poeti, navigatori ed eroi. Di conseguenza, non è possibile allora non riconoscere nella propria storia anche il ruolo dei criminali e dei carnefici, se non si vuole cadere in una pura e semplice rimozione delle cose dolorose.

Di fatto si può osservare però costantemente, come sia estremamente difficile per qualsiasi popolo riconoscere e accettare le proprie responsabilità per il male, che può aver fatto in determinati momenti storici. Al contempo è invece estremamente facile – e liberatorio – evidenziare le colpe degli altri. E ciò non può ovviamente che ingenerare e perpetuare incomprensioni e conflitti.

Di fatto esistono due facce del trauma nelle tragedie storiche: il trauma di chi ne è stato vittima e il trauma di chi ne è stato l’autore. Anche i carnefici e i massacratori, specie quando si normalizzano le situazioni, sono profondamente traumatizzati dall’immagine mostruosa di sé che risulta dalle nefandezze commesse. Lo stesso vale per i gruppi, che pertanto hanno grosse difficoltà ad ammettere le proprie responsabilità.

SULLA STORIOGRAFIA

La storiografia che si fa all’interno di ogni cultura nazionale, ha anche la funzione di fornire al gruppo la consapevolezza di una continuità del proprio essere nel tempo. Questo è a sua volta un elemento basilare per il sentimento di sé – dell’identità – sia nell’individuo che nel gruppo. Ciò introduce però nella storiografia un conflitto immanente tra due bisogni alquanto diversi. Da un lato c’è l’esigenza “scientifica” di scoprire la realtà, di conoscere oggettivamente il proprio passato. Dall’altro preme la necessità di alterare la verità, di scrivere una storia che permetta alla nazione di legittimarsi, di coltivare i propri miti, di giustificare le proprie aspirazioni, di rafforzare l’orgoglio di appartenenza e pertanto la coesione tra i suoi membri ecc. Il gruppo ha una profonda esigenza, intensamente investita di affetti, di potersi identificare con un’immagine di sé altamente – se non esclusivamente – positiva, con un proprio più o meno mitico passato. Nei momenti di transizione e di profonda crisi tende ad esaltarsi il secondo bisogno – quello mitico – che consente il rafforzamento della coesione del gruppo. E’ allora che gli storici seri ed oggettivi non riescono più a farsi sentire, poiché la collettività è polarizzata nella ricerca di una storia nazionale mitizzata e demagogica, che si armonizzi con la “missione” individuata – a ragione o a torto – come la via di uscita dalla crisi. E.Renan sosteneva già un secolo fa, che ogni popolo basa la sua identità sulla falsificazione della storia.

Nel libro “Trst-Trieste – dve imeni, ena identiteta” (Trst-Trieste – due nomi, un’identità) Boris M.Gombač ben descrive come buona parte della storiografia italiana, ma anche di quella slovena, nella città di Trieste sia stata deformata da esigenze politiche, dai miti collettivi (e io aggiungerei dai vissuti traumatici), e come allo stesso tempo fossero pur esistenti pregevoli ricerche storiche oggettive, rimaste però relegate nell’oscurità e nell’oblio, private completamente del potere di influire sugli stereotipi e sui pregiudizi storici della cultura cittadina, che non ha potuto vedere – e tuttora sembra faticare nell’accettare – ciò che non le si confà.

IL PERICOLO ITALIANO

Da oltre un secolo gli italiani hanno sempre visto e sentito il pericolo rappresentato per loro dallo sviluppo della nazione slovena. Per loro è però sempre stato quasi impossibile percepire la minaccia, che parallelamente il loro stesso sviluppo ha costituito per gli sloveni.

Nella seconda metà dell’Ottocento le classi dominanti italiane delle zone di confine iniziarono ad ostacolare sistematicamente lo sviluppo dell’identità nazionale slovena, perché se ne sentivano minacciate. Tentarono di mantenere gli sloveni relegati in un ruolo marginale e subalterno, spingendoli all’assimilazione.

Dopo la prima guerra mondiale mezzo milione di sloveni e di croati fu incluso contro la loro volontà nel Regno d’Italia. L’oppressione, l’umiliazione e la sistematica distruzione degli elementi primari (culturali, economici, sociali e politici) della loro esistenza nazionale, iniziò già nel 1918 con brutale violenza. Dopo le massicce deportazioni di sloveni e croati nell’immediato primo dopoguerra, furono incendiate o requisite le sedi di tutte le associazioni culturali, sportive ed economiche, furono abolite tutte le scuole slovene, fu proibito di parlare sloveno in pubblico, furono italianizzati i cognomi e i toponimi: fu attuata, con una meticolosità e una precisione del tutto insolita per l’amministrazione italiana, quella che allora il governo italiano definiva “la bonifica etnica”. Circa 80.000 sloveni e croati dovettero rifugiarsi in Jugoslavia od emigrare in Argentina ed altrove, mentre altri furono trasferiti in varie regioni italiane. Alla fine degli anni Trenta erano rimasti nella Venezia Giulia quasi solo i contadini, gli operai e i sacerdoti sloveni: tutti gli imprenditori, gli intellettuali, i tecnici, se non si erano radicalmente italianizzati, avevano dovuto andarsene.

Durante il fascismo gli italiani, in consonanza con analoghe tendenze di altri popoli europei, progettavano di espandere il loro dominio in tutte le direzioni e soprattutto in quella balcanico-danubiana. A quel punto gli sloveni non erano però già più un pericolo, ma solo un ostacolo, che andava superato con qualsiasi mezzo.

Nel 1941, con l’entusiastica acclamazione di folle oceaniche e apparentemente senza una visibile opposizione, l’Italia scatenò in queste terre, per la seconda volta nel Novecento, una guerra di conquista territoriale ed invase la Jugoslavia, spartendosi con la Germania il rimanente territorio sloveno, annettendolo poi al Regno d’Italia come “Provincia di Lubiana”.

L’amministrazione italiana sul territorio sloveno in poco più di due anni (aprile’41-settembre’43) fece fucilare centinaia di ostaggi, qualche migliaio di sloveni furono fucilati sul posto durante i rastrellamenti militari, numerosi furono i torturati. Migliaia di case furono depredate e bruciate. Il generale Mario Robotti, comandante delle truppe italiane in Slovenia, aggiungeva di suo pugno su un rapporto: “Si ammazza troppo poco!”

Ma già l’11 giugno 1941 era stato pubblicato su “Il Piccolo” di Trieste il discorso di Mussolini che, nella sua veste di Capo del Governo, riferendosi all’occupazione della Jugoslavia, aveva annunciato la pulizia etnica: “…quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazioni e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali, perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali.” L’attuazione di questo progetto iniziò con la deportazione nei “Campi di internamento per civili” di 20.000 sloveni (in buona parte donne, vecchi e bambini), 2.000 dei quali vi persero la vita (in particolare nel campo sull’isola di Arbe).

La dichiarata intenzione italiana, parallela a quella dei tedeschi che avevano occupato la parte settentrionale delle Slovenia, di ridurre la nazione slovena alla non esistenza, configura i contorni di quei traumi psichici catastrofici, nei quali si produce quello che si usa chiamare il “terrore senza nome”, cioè sensazioni di angoscia così profonde e primitive, da essere difficili – o addirittura impossibili – da rappresentare nella mente e pertanto anche da elaborare. Tali contenuti permangono pertanto depositati nella psiche collettiva, così come in quella individuale, sotto forma di traumi inelaborati, pregni di intense angosce e continuamente disturbanti.

Dopo la guerra l’Italia ha continuato a negare fondamentali diritti alla minoranza slovena rimasta ancora inclusa entro i confini italiani, non rinunciando a sollevare periodicamente il minaccioso problema dei confini.

Tutto ciò – ed altro ancora – nella cultura italiana viene tranquillamente scotomizzato o minimizzato. Naturalmente gli italiani poi si interrogano ingenuamente, perché mai siano vissuti dagli sloveni da oltre un secolo come un pericolo.

IL PERICOLO “SLAVO”

Gli sloveni hanno percepito con intensa preoccupazione il pericolo rappresentato per loro – in misura diversa nelle varie epoche – dallo sviluppo della nazione italiana. E’ però per loro quasi impossibile percepire la minaccia che il loro stesso sviluppo ha costituito per gli italiani.

Nell’impero austro-ungarico vivevano meno di un milione di italiani, separati dalla loro neocostituita madrepatria. Erano insediati per lo più nelle città costiere, circondate da un entroterra abitato più o meno compattamente da sloveni e croati, i quali erano presenti pure nelle città, anche se minoritariamente. Nell’impero austro-ungarico gli sloveni e i croati erano ben più numerosi degli italiani e nell’Ottocento iniziarono un rapido e intenso sviluppo. Era venuta a cessare l’assimilazione nella cultura italiana (o tedesca) – prima automaticamente connessa con l’inurbamento o con l’ascesa nella scala sociale – e si era andata sviluppando una forte coscienza nazionale. Tra gli sloveni che costituivano prima prevalentemente una popolazione subalterna di contadini ed operai, si erano andati evolvendo un proletariato sempre più organizzato e una borghesia dinamica, che cominciava a disporre di sempre più consistenti capitali. La “solidarietà panslava”, in voga a quei tempi, consentiva il confluire di capitali slavi di varia origine in lobby – analoghe a quelle italiane o tedesche – che diventavano sempre più competitive.

La borghesia triestina italiana era riuscita fino ad allora a conservare – nei confronti del centralismo viennese – una notevole autonomia della città, che le permetteva di mantenervi il potere. Sarebbe già bastato che Trieste fosse stata inclusa in un ambito amministrativo più ampio, quale per esempio la Carniola, e gli italiani – pur in maggioranza nella città – vi sarebbero stati una minoranza e avrebbero perso buona parte del potere che detenevano. Tale potere però gli italiani lo andavano perdendo comunque. E ciò non soltanto a causa dello sviluppo della concorrente imprenditorialità slovena e croata, quanto anche per il progressivo allargarsi della base elettorale, che vedeva partecipare al voto sempre più ampie fasce di operai e contadini, in buona parte sloveni, che prima ne erano esclusi. Si aggiungeva a ciò il continuo afflusso di mano d’opera, necessaria allo sviluppo industriale della città, che vista la situazione geografica – Trieste è un’isola etnica italiana con un entroterra sloveno – non poteva che essere costituita in buona parte da sloveni. A quel tempo era dunque realistico pensare, che gli sloveni avrebbero prima o poi intaccato l’egemonia italiana.

Per gli italiani naturalmente erano una minaccia anche gli austriaci, ma questo oggi ci interessa meno, poiché il pericolo austriaco è scomparso dalla scena in queste zone nel 1918, per fare poi solo una fugace, quanto tragica, ricomparsa dal 1943 al 1945.

L’evoluzione degli avvenimenti ci fa vedere (specie se ne valutiamo a posteriori i meccanismi), quanto sia improbabile che un gruppo detentore di un certo potere, da cui trae utilità e beneficio, rinunci o autolimiti tale potere di propria iniziativa e non tenti di mantenerlo a qualsiasi costo.

Tornando al nostro contesto, potremmo forse dire, che non è realistico pensare che la borghesia italiana potesse rinunciare, senza opporsi strenuamente, anche solo a una parte del potere economico-politico che deteneva, per cederlo alle pur legittime aspirazioni di crescita ed emancipazione della componente slovena di queste terre. Altrettanto poco realistico sarebbe pensare, che lo sviluppo economico-politico della componente slovena si potesse autolimitare e non prevalere su quella italiana, qualora ne avesse avuta l’opportunità. La parte italiana ha fatto uso dei mezzi che allora le si offrivano (che purtroppo erano il nazionalismo prima e il fascismo dopo) per schiacciare e poi eliminare del tutto la concorrenza slovena.

Qualcuno potrebbe essere ancora tentato di vedere in tutto ciò soltanto la nefasta dinamica del capitalismo e di rammaricarsi per una qualche non tentata via di soluzione socialista. Mi sembra che però gli avvenimenti degli ultimi anni stiano a dimostrare, che più che della logica del capitalismo in sé, si tratti della logica del potere (di cui quella del capitale è solo una variante), alla quale non si è sottratto per niente il potere socialista. Semmai sembra forse trasparire una particolare perniciosità della fusione di potere politico-potere economico-etnia, che sembra avere caratterizzato gli stati nazionali del passato e paradossalmente certi stati socialisti, quali le repubbliche nella ex-Jugoslavia.

Ciò che voglio evidenziare è che fino alla fine dell’impero austro-ungarico gli sloveni hanno costituito una reale minaccia per l’egemonia che fino ad allora la componente italiana, identificata con la propria borghesia, aveva saldamente detenuto. Quando dico reale minaccia, non intendo dire che necessariamente ciò si sia concretizzato, poiché – come ho scritto all’inizio – non si ha paura solo delle cose reali, ma anche di quelle incombenti o solo più o meno possibili. Credo che a quei tempi apparisse chiaro, che – qualora non ci fosse stata la prima guerra mondiale – Trieste sarebbe diventata sempre più slovena, o austro-slovena e ciò non poteva non determinare negli italiani la sensazione di essere minacciati.

Per comprendere le reazioni degli italiani non è neanche determinante il giudizio su quanto l’egemonia della borghesia triestina di sentimenti italiani corrispondesse a criteri di equità e su quanto fossero giustificabili le aspirazioni degli sloveni a conquistarsi un ruolo perlomeno paritario. E’ infatti una constatazione, che qualsiasi gruppo, quando per un certo tempo beneficia di un qualche privilegio – anche se iniquo – e su questo costruisce parte della propria identità e cultura, si sente inevitabilmente profondamente minacciato, quando tale privilegio è messo in discussione dagli altri.

Fino al 1918 potremmo guardare agli accadimenti nella Venezia Giulia come a una competizione tra i due gruppi, che si è svolta con notevole asprezza, ma pur sempre nell’ambito di certe regole. Dopodiché è iniziato un lungo periodo durante il quale si sono succeduti – prima da una parte e poi dall’altra – colpi che sono andati ben aldilà di qualsiasi regola. Si è arrivati al terrore e all’eliminazione fisica di migliaia di persone da ambo le parti.

Durante la seconda guerra mondiale, del tutto inaspettatamente, gli sloveni si sono trasformati per gli italiani da un insignificante e sconfitto gruppo subalterno, nuovamente in una minaccia e questa volta ben più grave. L’8 settembre del ‘43 è stato per gli italiani, specie in queste terre, un trauma catastrofico. Dal sentirsi parte di un impero, che aveva consentito loro di identificarsi con un arrogante ruolo di grande potenza, sono precipitati all’istante in una situazione di totale impotenza, in balia dei partigiani sloveni e croati, che minacciavano di vendicarsi per tutto quello che avevano subito nei venticinque anni precedenti e di spostare il confine verso occidente, separando centinaia di migliaia di italiani dalla propria patria. E’ stato questo il momento in cui si è iniziato a configurare per gli italiani il trauma psichico catastrofico, che, come descrivevo prima per gli sloveni relativamente al momento dell’invasione italo-tedesca del aprile 1941, produce il “terrore senza nome”, così difficili da elaborare e che si deposita nella psiche collettiva.

Il 1° maggio del 1945 gli sloveni e i croati (allora jugoslavi) avevano conquistato una fetta di territorio nella quale viveva oltre mezzo milione di italiani. Si parlava allora anche della Settima repubblica federativa jugoslava, che sarebbe stata – se si fosse realizzata – il ricalco in senso opposto della Provincia di Lubiana. La sensazione di pericolo per gli italiani era esasperato dal regime di terrore instaurato dagli jugoslavi nell’immediato dopoguerra, che produsse molte migliaia di deportati, alcune migliaia di infoibati, atrocità, violenze, soprusi e discriminazioni. A tutto ciò si aggiungeva il fatto, che gli sloveni e i croati erano riusciti per alcuni anni ad avere dalla loro parte, il che significava paradossalmente anche alleati nella loro lotta per una Slovenia – e rispettivamente Croazia – unite, perfino consistenti parti della popolazione italiana. Era la parte comunista alleata con gli jugoslavi, che per motivi ideologici era disposta ad accettare il distacco di queste terre dall’Italia, il che indeboliva ulteriormente le già fragilissime posizioni degli italiani. Per alcune centinaia di migliaia di loro già nel 1945 era diventata realtà la vita in uno stato, quello jugoslavo, dove il loro potere decisionale era nullo. La dittatura comunista, non solo non permetteva loro di avere alcun contatto con la propria nazione madre, ma li costringeva addirittura a recitare tragicamente la parte di soggetto, mentre in realtà non avevano alcuno spazio per esprimere ciò che realmente sentivano e pensavano. E questo è per una minoranza una limitazione ben più grave e pericolosa per la propria esistenza, di quanto non lo sia per la popolazione maggioritaria, che pur anche subisce lo stesso regime totalitario. Fino al 1954 una sorte simile non era del tutto esclusa neppure per più di duecentomila italiani di Trieste. Queste ed altre circostanze provocarono il tragico esodo, che alla fine fece abbandonare le loro case e i loro averi a più di 200.000 istriani, costretti al terribile destino dell’esilio.

Al finire della guerra era dunque del tutto concreto e reale il pericolo, che oltre mezzo milione di italiani si venisse a trovare in uno stato straniero, dove avrebbe potuto vivere (oggi possiamo dire per mezzo secolo, ma allora si poteva temere per sempre) in uno squallido regime totalitario, guardando attraverso la cortina di ferro e i fili con l’alta tensione le luci dell’Occidente, le luci della propria irraggiungibile patria. Tale sorte è peraltro realmente capitata a milioni di europei nei socialismi reali di stampo tedesco-orientale, cecoslovacco, rumeno, o altro. Le cose sono andate solo in parte un po’ meglio per gli italiani, in quanto il confine non è arrivato all’Isonzo, il regime jugoslavo ha acquisito con gli anni un aspetto meno disumano, il che non lo ha comunque preservato dalla catastrofe, a seguito della quale dieci anni fa anche i figli degli italiani in Istria erano costretti a morire in una guerra per la Croazia unita.

Credo che, pur alla luce dell’evoluzione della situazione dal ‘45 ad oggi, la maggior parte degli italiani che hanno abbandonato tutto ciò che avevano, comprese le case in cui avevano abitato per secoli, siano convinti che la loro vita sarebbe stata peggiore se fossero rimasti in Istria. E personalmente non mi è difficile capire che la pensino così.

Per gli italiani delle nostre terre gli autori di queste loro tragedie sono stati i popoli sloveno e croato. Ma tutto ciò – ed altro ancora – viene tranquillamente scotomizzato o minimizzato sia nella cultura slovena che in quella croata, dove poi ci si interroga ingenuamente, perché mai gli italiani parlino di pericolo slavo.

In sostanza, gli italiani stentano a sentirsi responsabili di aver creato e fatto sviluppare il fascismo, che tali catastrofi ha provocato agli sloveni. Ma anche gli sloveni non si rendono pienamente conto dei danni che il “loro” comunismo ha portato agli italiani, dei pericoli che ha costituito per tanti di loro. Tali prese di coscienza sono naturalmente complicate dalle diverse valutazioni che di questi totalitarismi si dà anche all’interno di ognuna delle due nazioni. So bene che nella nostra realtà c’è una particolare sensibilità per i numeri e per i singoli episodi, che sono spesso motivo di improduttive diatribe. Ciò mi avrebbe dovuto spingere ad una più attenta verifica dei fatti e delle cifre che ho tratteggiato. Indubbiamente sarebbe stato utile, anche se credo che gli storici lo abbiano in sostanza già fatto. Ciò non mi è però sembrato essenziale in questo scritto. Uno dei motivi è connesso al fatto che la mia tesi è, che ognuno dei popoli presenti in queste regioni ha realmente in vari periodi storici commesso delle nefandezze e costituito un pericolo per l’altro popolo. Non mi interessa quindi quantificare con esattezza tale pericolo, quanto rilevare il fatto che è stato oggettivo e ben consistente.

Un altro motivo è che – a mio parere – si tende a dare ai numeri tanta rilevanza quando si scivola in schemi psicologici primitivi (in altre occasioni li ho connotati come paranoidi), che consentono in sostanza solo tre possibilità:
– nella prima le responsabilità, o le colpe, sono tutte dall’altra parte (e allora le si deve ingigantire, affinché eventuali “piccole” colpe della propria parte possano essere minimizzate e alla fin fine cancellate);
– nella seconda le colpe sono tutte dalla propria parte (è ciò che gli avversari vorrebbero e contro cui bisogna ad ogni costo lottare, poiché sarebbe catastrofico se si dimostrasse vero);
– nella terza le responsabilità sono suddivise esattamente a metà e così di fatto si elidono (questo viene caldeggiato da coloro che vorrebbero semplicemente cancellare i conflitti relativi alla storia recente e disinvoltamente saltare in un futuro senza passato).

Così è probabile che qualcuno collochi le mie considerazioni in questa terza variante, dicendo: “Stai mettendo tutti sullo stesso livello!” In verità non penso affatto che la soluzione stia in un fifty-fifty, poiché anche questo è un’astrazione e dunque un’alterazione della verità. La vera suddivisione delle responsabilità non conosce numeri tondi e potrebbe essere per esempio 37 a 63. Ma mi sembrerebbe poco rilevante se poi risultasse invece 42 a 58 o 54 a 46, poiché ciò non muta la realtà del fatto, che le responsabilità e la pericolosità sussistono in entrambe le parti e che è con ciò che ci si deve confrontare e poi comportarsi di conseguenza.

Un ulteriore motivo è che non sono uno storico e dunque non sono in grado di verificare con precisione gli avvenimenti e i dati riportati. Li ho usati solo per sviluppare un ragionamento, o meglio, per tentare di guardare alla nostra realtà da un’angolatura forse un po’ insolita. Sarò pertanto grato a chi eventualmente correggerà i dati errati o li completerà e – qualora ne risultasse poi un quadro del tutto diverso – sono anche disposto a ritirare questa ipotesi, che tenta di chiarire il fatto bizzarro, che ognuno dei due popoli, che qui convivono, si sente minacciato dall’altro, ma nessuno dei due ritiene di aver mai costituito una vera minaccia per l’altro, né di essere responsabile di fatti per l’altro estremamente tragici. Tale cecità selettiva mi sembra uno degli ostacoli principali allo sviluppo del dialogo e della convivenza. Riconoscere la propria pericolosità passata – e anche quella potenziale futura – può essere per i vicini tranquillizzante, poiché testimonia la consapevolezza e la preoccupazione di gestire con cura il proprio potenziale aggressivo che ognuno inevitabilmente ha. Solo una riconciliazione, basata sulla piena assunzione delle responsabilità, che gravano su ognuna delle parti e sulla consapevolezza di ambedue, di aver costituito per l’altro un pericolo e anche di poterlo forse costituire nuovamente in futuro, può permettere che i conflitti sbiadiscano e trapassino dall’attualità alla memoria, che i traumi e i lutti passati possano finalmente essere elaborati e superati.

Dopo la Seconda guerra mondiale è come se si fosse creato un complesso gioco delle parti per imbrigliare e gestire il senso di orrore e l’insostenibile sentimento di colpa. Una parte consistente della cultura tedesca riconosce oggi le responsabilità della propria nazione e si interroga sulle proprie colpe, evitando però accuratamente le chiamate di correo, che pur numerose e pesanti potrebbero essere. Gli altri popoli si possono così nascondere dietro la malvagità nazista, perché “al loro confronto noi eravamo buoni” e si affrettano a dichiararsi paghi di questo autodafé tedesco (che pur essendo ammirevole, andrebbe indagato, capito più a fondo), che finisce con il diventare di fatto una parziale copertura per le responsabilità dei fascisti, ma alla fin fine anche dei comunisti. Appaiono mirabili le righe della Duras (1985, 47) quando – ne Il dolore – dice: “Se l’orrore nazista viene considerato un destino tedesco, non un destino collettivo, l’uomo di Belsen sarà ridotto a vittima di un conflitto locale. Una sola risposta per un tale crimine: trasformarlo nel crimine di tutti. Condividerlo. Come si condivide l’idea di eguaglianza, di fraternità. Per sopportarlo, per tollerarne l’idea, condividere il crimine.” Credo che sia compito della cultura, che abbia una sensibilità ed attenzione anche per i contenuti rimossi, di proporre ai gruppi ai quali apparteniamo, più adeguate modalità di approccio ai contenuti pregni di angosce, quali sono quelli connessi alle guerre ed ai traumi passati. Si tratta pertanto di aiutare sia le vittime che gli aggressori, di ambedue le parti, di prendere consapevolezza di ciò che è avvenuto e di ciò che gli altri sentono. Dobbiamo avere uno spazio in cui conservare i contenuti del dolore e della vergogna, anche se forse non siamo ancora in grado di affrontarli fino in fondo. Come deponiamo i morti che ci sono cari in quegli spazi scissi, che sono i cimiteri, per poter continuare a vivere nelle nostre case, così ogni popolo e l’umanità tutta dovrebbe avere degli spazi della memoria dove deporre e dove andare a visitare periodicamente anche gli orrori e i crimini commessi, per elaborarli – man mano che ciò diventa tollerabile – e integrarli in un processo di lutto della nostra immagine di sé, che solo può salvaguardare in noi una genuina umanità. Potremmo forse scoprire catarticamente, che gli spazi del dolore e della vergogna sono il terreno su cui può nascere un vero incontro tra i gruppi e tra gli individui, dove può crescere un sincero profondo legame, che ci consenta un vivere assieme, che non sia soltanto un effimero tollerarci.

Ora, all’inizio del nuovo secolo, sembra esserci una distanza di tempo e di generazioni che consente un più coraggioso tentativo di elaborazione, un più deciso passo verso un superamento delle rigide posizioni in cui i traumi passati ci hanno costretto.

Paolo Fonda

Nota 1: Rielaborazione di un testo presentato al Convegno Regionale di Aquilea del 20 Dicembre 1997.