Il campo di Sdraussina

di | 27 Febbraio 2012

Il campo di Sdraussina è nato in uno stabilimento tessile dismesso nel 1936 e poi trasformato in caserma , è situato vicino alla ferrovia ed è facilmente sorvegliabile. Venne utilizzato dal 1942 al 1943 come carcere sussidiario e campo di smistamento per i civili sloveni deportati dalle zone occupate, ma anche per i cittadini italiani di lingua slovena della provincia di Gorizia, parenti o anche semplici conoscenti di partigiani o collaboratori della Resistenza. Caduto il regime, fu poi utilizzato dai nazisti come punto di raccolta per la formazione dei convogli ferroviari con cui avveniva il trasferimento dei deportati verso i campi di concentramento tedeschi.

L’ordine di costituzione del carcere sussidiario di Poggio Terza Armata, fu diramato dal Ministero dell’Interno nell’agosto 1942. I provvedimenti a carico di civili nella provincia di Gorizia furono concepiti come una forma di rappresaglia contro i parenti di quei ragazzi che avevano disertato dall’esercito italiano e si erano uniti alle formazioni partigiane. Tali provvedimenti prevedevano l’internamento e la confisca del loro patrimonio.

In un’ampia ala, posizionata nella parte inferiore dell’edificio, dove c’era posto per circa 200 persone, furono sistemati gli uomini, mentre al primo piano, più angusto, che poteva contenere circa 50 persone, furono sistemate le donne.

I prigionieri che arrivavano al campo venivano suddivisi per categorie. Da una parte gli attivisti dell’OF e i sostenitori politici del PCS, dall’altra i parenti dei presunti partigiani. Gli internati arrivavano dalle prigioni di Gorizia, Štanjel (San Daniele del Carso), Krmin (Cormons), Tolmin (Tolmino), Most na Soči (Santa Lucia), Kanal (Canale), Vižovelje (Visogliano), Sežana (Sesana), Postojna (Postumia), Trieste. Molti di loro avevano già sperimentato le prigioni locali subendo lunghi interrogatori e torture.

La popolazione dei prigionieri a Sdraussina cambiava molto velocemente, visto che il campo funzionò anche come campo di smistamento verso i campi di internamento situati nelle zone dell’Italia centrale, oppure alla volta del Tribunale speciale di Roma e del Tribunale di guerra. I prigionieri condotti via venivano sempre sostituiti con nuovi.

Nel gennaio 1943 un ampio contingente di donne fu trasferito al campo di concentramento di Fraschette, in provincia di Frosinone, vicino alla località di Alatri. Come ricorda Stana Bajuh, a Freschette Alatri c’erano quasi solo donne trasferite da Sdraussina e da Castagnevizza. Nel febbraio 1943 fu invece la volta di un contingente di uomini che fu trasferito al campo di Cairo Montenotte in provincia di Savona. In pochi mesi furono qui accolti circa 1400 prigionieri tra i 14 e gli 80 anni, di nazionalità per lo più slovena e croata e provenienti dalla provincia di Gorizia, dalla Slovenia annessa e dall’Istria. Un piccolo gruppo di prigionieri fu condotto al campo di lavoro forzato di Fossalon di Grado. Nel marzo 1943 iniziarono ad internare al campo nuovi prigionieri provenienti dalle provincie di Gorizia e Trieste.

Tra questi anche la scrittrice goriziana di origine slovena Ljubka Šorli, moglie del compositore e direttore d’orchestra Lojze Bratuz, morto per le conseguenze di una aggressione fascista. Sulla prima fase della storia del campo non mancano denunce e testimonianze dirette anche da parte di cittadini di lingua madre italiana.

Ogni giorno i prigionieri venivano portati da Sdraussina verso centri specializzati negli interrogatori, un eufemismo per definire la tortura. Rientravano, i più fortunati, con il corpo piagato e il viso gonfio. Maschere quasi, più che volti di uomini. La stessa sorte toccava alle donne, normalmente avviate per gli interrogatori alla “Villa Triste” di Trieste. Alcune al ritorno al Campo poterono essere riconosciute dalle compagne solo dai vestiti indossati, tanta era la violenza con cui i torturatori fascisti si erano accaniti su di loro.

Il campo di Sdraussina accolse e smistò prigionieri fino al 25 luglio 1943, data che registrò la caduta del fascismo ma non la liberazione degli internati. La direzione del carcere, che dopo la fuga dei miliziani era stata assunta dai carabinieri, si trovò del tutto impreparata a gestire la nuova situazione ed inizialmente eluse le richieste di rilascio rimanendo in attesa di direttive da parte degli organi superiori.

Questa situazione perdurò fino all’8 settembre 1943 quando vennero aperte le porte del campo e i detenuti poterono iniziare una disperata corsa verso casa.

Dario Mattiussi