Il Goriziano sessant’anni fa

di | 27 Febbraio 2012

Sabato 22 settembre 2007

Intervento di Renato Podbersič, jr.

Il maggio 1945 ha portato nel Litorale – come in Europa – la tanto attesa pace. La grande maggioranza della popolazione slovena, ma anche quella italiana, in particolare vale per Trieste, ha accolto con grande speranza la marcia partigiana che significò la sconfitta definitiva del fascismo. Seguì però il periodo del terrore verso i diversamente pensanti, ben organizzato dalle azioni dell’OZNA sotto la guida comunista. In questo periodo nel territorio Goriziano e Triestino »sparirono« quasi due mila individui (italiani, sloveni e altri) anche coloro che non si sporcarono mai le mani con la collaborazione con l’occupatore.

La grande maggioranza delle persone del Litorale si identificò con la parte per la soluzione della questione nazionale con l’annessione alla patria. Parte della popolazione non fu contraria al movimento partigiano bensì alla rivoluzione comunista. Una piccola parte dei sacerdoti e degli intellettuali, durante la guerra, prese apertamente le parti contrarie alla guerriglia di liberazione sotto la guida del fronte di liberazione ovvero comunisti, tuttavia nel Goriziano non riuscì a organizzare un movimento. La maggior parte rimaneva ideologicamente passiva, la Chiesa si limitava alla cura pastorale dei fedeli e all’attività caritativa. Non di rado furono i sacerdoti a salvare, con le proprie capacità mediative, individui o adirittura interi villaggi, di fronte alla violenza dell’occupatore (il parroco Oskar Pahor a Miren, il parroco Viktor Kos a Komen ecc.).

L’occupazione Jugoslava di Gorizia nel maggio 1945 ha significato anche la fine dell’unità del territorio Goriziano come regione ovvero come provincia e dell’arcidiocesi di Gorizia, ereditiera del patriarcato di Aquileia. Nuova vittima era anche l’arcivescovo Carlo Margotti. Tra la maggioranza dei sacerdoti e dei fedeli sloveni non era ben voluto; la resistenza partigiana ha guidato contro di lui, a partire dall’autunno 1942, una propaganda avversa con l’intenzione mirata di una discreditazione personale. Venne arrestato il 2 maggio del 1945 dalle forze del governo occupatorio jugoslavo e l’8 maggio venne cacciato a Udine. Il decreto del comando militare fondava quest’azione con il fatto che l’arcivescovo era »un avversario del movimento per la liberazione nazionale e il suo comportamento politico avrebbe potuto accendere una guerra civile«. L’arcivescovo Margotti delegò il canonico del duomo Ignacij Valentičič di sostituirlo come vicario generale. Quest’ultimo con fatica tentò, con vari interventi, di proteggere l’integrità del proprio arcivescovo di fronte alle autorità jugoslave civili e militari.

L’arcivescovo fece ritorno appena il 13 luglio 1945 dopo il ristabilimento dell’amministrazione militare alleata nella zona A.

Il patto di Belgrado, firmato il 9 giugno 1945, determinava infatti che il territorio dela regione Giulia veniva divisa in Zona A, sotto l’amministrazione alleata, e nella Zona B sotto l’amministrazione militare jugoslava. La divisione seguiva la cosidetta linea Morgan che lasciava nella zona A entrambi i centri secolari degli sloveni del Litorale: Trieste e Gorizia; centri che erano anche sedi delle diocesi. De iure l’arcidiocesi di Gorizia rimaneva entro i confini prebellici, tuttavia all’arcivescovo Margotti veniva impossibilitato l’accesso nella zona B; gli venivano ostacolati i suoi interventi pastorali, come per esempio la lettura delle lettere pastorali. Anche nella zona A l’arcivescovo raggiungeva con difficoltà i credenti sloveni.

Le pressioni verso i sacerdoti e verso i singoli orientati anticomunisticamente si erano mostrati anche nella zona A, dove le forze jugoslave formalmente non avevano nessun influsso, ricordiamo pero’ l’assassinio del parroco Izidor Zavladva da Gorenje polje nella metà del settembe 1946 e il sequestro di Andrej Uršič vicino a Kobarid nella fine dell’agosto 1947.

In base all’accordo di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947, il nuovo confine tra l’Italia e la Jugoslavia infieriva dolorosamente nel Goriziano, infatti gli sloveni sono rimasti senza il centro politico, amministrativo, economico e culturale di importanza secolare. Anche l’arcidiocesi di Gorizia veniva divisa della linea nord-sud. In Italia rimaneva la sede dell’arcidiocesi goriziana mentre alla Jugoslavia venivano cedute la valle del Vipaco, il Carso, la valle dell’Isonzo ed il Collio. Degli oltre 310.000 fedeli dell’intero territorio dell’arcidiocesi sono passati circa 150.000 alla Jugoslavia e oltre 160.000 all’Italia. Nel territorio jugoslavo operavano allora 119 sacerdoti, nel territorio italiano 178 dei quali 43 sloveni. Nel senso etnico questo significava che nella parte jugoslava del Goriziano sono rimasti praticamente solo sloveni mentre nello Stato italiano rimaneva la minoranza (cca. 20.000).

Dopo l’annessione, 15 settembre 1947, il difficile compito dell’Amministratore apostolico per il Goriziano venne assunto dal dott. Franc Močnik (1907-2000). Tuttavia il nuovo regime comunista aveva già da tempo deciso di castigare e silenziare anche la Chiesa nel Litorale. Nell’ottobre 1947 seguì la messa in scena dela cacciata del dott. Močnik da Solkan che venne, dopo alcuni mesi, succeduto dal dott. Mihael Toroš. La persecuzione degli avversari, veri e finti, che veniva eseguita dal potere politico jugoslavo si è trasferita anche nel Litorale. In questo nemmeno l’antifascismo non veniva visto come valore.

Da questo momento in poi, nel Goriziano esistevano due mondi – differente sia il sistema politico che economico. I vicini diventarono estranei, l’ignoranza faceva nascere l’intolleranza o addirittura l’odio. Le condizioni mano a mano con gli anni sono migliorate anche grazie agli accordi (di Udine, di Osimo).

Con la scomparsa dei confini politici e con il futuro europeo in comune, abbiamo nel Goriziano l’opportunità di camminare sulla via comune della fiducia reciproca, della collaborazione del rispetto. Possiamo solo sperare, di sapperla sfruttare.