Il paradosso del perdono

di | 27 Febbraio 2012

Discorso di Raoul Pupo sul Monte Sabotino

Ci troviamo oggi in uno dei luoghi più emblematici del confine giuliano: a questo cono di pietra spoglia D’Annunzio dedicò due versi appassionati, per celebrarne la conquista da parte italiana nel corso della sesta battaglia dell’Isonzo, nell’agosto del 1916: una battaglia che non fu tra le peggiori di questo fronte, perché costò all’Italia solo 100.000 soldati, e 50.000 agli austriaci.

Ma da qui si vede anche, o perlomeno si indovina, il resto del fronte della grande guerra sull’Isonzo: il San Michele, il San Gabriele, il Faiti. basta girare un po’ la testa e si vede tutta la profondità di un fronte che in tre anni si spostò solo di pochi chilometri, nei quali si ammassarono centinaia di migliaia di morti.

Un’altra storiografia europea, quella francese, alla grande guerra associa l’immagine del diluvio, che cancella dalla faccia della terra una generazione dell’umanità: ma quella, nelle intenzioni, doveva essere l’ultima delle guerre, la guerra che doveva porre fine ai conflitti regalando la pace alla nuova Europa degli stati nazione.

E invece, se noi guardiamo da questo monte noi vediamo altri campi di morte: quelli della battaglia di Gorizia, nell’autunno del ’43, la selva di Tarnova, luogo di combattimenti selvaggi nel ’44 e nel ’45, e poi – nei suoi boschi e nelle sue grotte – grande cimitero nel quale solo da poco tempo comincia a venir piantata qualche croce.

Di fronte a questa concentrazione di violenza e di lutti, è facile cedere alla tentazione della banalità. perché, in effetti, alcuni colpevoli sono facili da trovare.

– Sono il delirio di potenza dei grandi stati europei, che – senza essere minacciati nella loro sopravvivenza – scatenano una nuova guerra dei trent’anni, destinata a bruciare gran parte delle ricchezze – umane e culturali, prima ancora che economiche – del vecchio continente.

– Sono gli antagonismi nazionali, che hanno sconvolto questa terra cancellando in alcuni momenti la distinzione fra guerra e pace, e che non sono morti per sempre, perché continuano ad intossicare ancora alcune coscienze, e rispuntano magari quando non ce l’aspettiamo, nelle pieghe del quotidiano, sollecitandoci a non abbassare mai la guardia di fronte all’intolleranza.

– Sono le ideologie totalizzanti, che pretendevano di cambiare il mondo prescindendo non solo dalla volontà, ma dalla vita stessa degli uomini che lo abitavano: e anche questo fazzoletto di terra in cima all’Adriatico ne ha visto le conseguenze: sopraffazioni, genocidi, stragi, esodi forzati.

Però, se noi ci guardiamo intorno vediamo anche altro: vediamo sparsi su tutte le colline, e continuamente rinnovati, monumenti dedicati non solamente alle vittime, ma agli eroi di quelle guerre. perché quelle follie omicide di massa sono state anche delle grandi epopee: la conclusione dell’epopea risorgimentale italiana, l’epopea partigiana jugoslava: dentro quelle vicende sanguinose non ci sono soltanto gli orrori, i comportamenti disumani, ma anche, a migliaia, episodi di coraggio, di solidarietà, di sacrificio, che sono altrettanto reali.

Di fronte alla contraddittorietà di questa tragedia collettiva non credo che possiamo permetterci illusioni consolatorie: in realtà, pochi conflitti scoppiano soltanto per volontà di malvagi conclamati; solo in alcuni casi gli orrori della guerra sono opera di mostri, molto più spesso sono frutto delle azioni, più o meno consapevoli, di gente normale, come me o come voi.

E allora, non possiamo fermarci alla superficie, alle risposte oramai scontate, anche se non sempre sono state facili da ottenere; e quindi, certamente, noi possiamo e dobbiamo investigare con onestà intellettuale e distacco critico le motivazioni delle crisi, di cui è intessuta questa nostra storia di frontiera; possiamo discutere oramai con sufficiente serenità – sloveni, austriaci, italiani – delle pagine anche più controverse ed oscure di questa storia (e questo è certamente un grande progresso rispetto a non molti anni fa); possiamo recuperare le memorie delle genti di confine e renderle patrimonio di tutta la comunità, nel rispetto delle loro sofferte diversità; possiamo condividere assieme a tutta la società di frontiera i risultati di una ricerca storica seria e non passionale, perché sappiamo bene che la conoscenza rigorosa del passato costituisce uno strumento indispensabile per non rimanere prigionieri di quel passato: e noi vogliamo liberarci dal passato, perché siamo fatti per il futuro, per la vita, non per il passato e la morte.

Però, vedendo questi luoghi, ci viene il dubbio che quanto essi esprimono con forza non sia la lezione della storia, che possiamo considerare imparata una volta per sempre, ma la disperazione della storia, che torna a riproporre le sue tragedie con nomi nuovi e forme nuove.

Questo è il dubbio fondamentale, è la domanda che non possiamo fare a meno di porci: ma se siamo qui oggi, a riflettere e a pregare, vuol dire che ce la siamo posti, cioè che abbiamo avvertito tutta la profondità del dramma, che non coinvolge soltanto la dimensione culturale o politica, ma la struttura della nostra esistenza.

La liberazione definitiva da questa spirale non può che venire da fuori della storia e trovare cittadinanza piena nei nuovi cieli e nelle nuove terre che ci sono state promesse. Ma questo non significa che noi possiamo sederci ad aspettare, e limitarci a contemplare le tragedie che si svolgono accanto a noi, perché ciò che accade è anche responsabilità nostra. Ma se siamo qui oggi, a riflettere e a pregare, vuol dire anche che abbiamo intravisto il sentiero, la direzione lungo la quale muoverci. È una strada che ai paradossi della storia contrappone un paradosso ancora più radicale, quello del perdono. Un perdono che non è frutto di ingenuità, che è consapevole dell’aggrovigliarsi delle colpe, ma è capace di andare oltre, di decidere che – per quanto ci riguarda – non sono accadute. È su questa volontà assoluta di perdono, e non su operazioni intellettuali o strumentali di ingegneria della memoria, che si fonda il nostro impegno di riconciliazione, che è fatto di vita quotidiana ed anche di gesti forti, come questi nostri incontri di confine. Nelle sue premesse e nella sua radicalità questo tipo di riconciliazione forse è una follia, ma non credo che di ciò dobbiamo troppo preoccuparci, perché avviene nella luce di una follia ancor più grande, quella della croce che ci sta davanti.

Probabilmente è una follia.

Raoul Pupo