Il processo di Tolmino

di | 27 Febbraio 2012

Mentre il periodo dei processi politicamente motivati stava giungendo alla propria conclusione nel resto della Slovenia, le autorità del Litorale hanno cominciato a preparare uno dei più grandi processi in quest’area, con lo scopo preciso di rimuovere i sacerdoti dal territorio confinario e sopprimere la vita parrocchiale nei villaggi.

Nel lasso di tempo fra l’8 giugno ed il 13 dicembre 1951 hanno così imprigionato il decano di Caporetto Ivan Kobal e Ludvik Šturm, l’organista della stessa parrocchia, oltre a Ivan Hlad, parroco di Log pod Mangrtom, Stanislav Sivec, seminarista, Karel Klinkon, parrocco a Libušinje, Ljubo Marc, parroco di Drežnica e Robert Zadnik, cappellano di Salcano. Gli inquirenti sono rimasti delusi dagli esiti dei primi interrogatori, convinti che l’inchiesta non avesse raggiunto i risultati voluti.

I sacerdoti, infatti, non hanno confessato le azioni, per le quali li si voleva condannare. Le autorità erano dunque costrette a trovare delle persone disposte a testimoniare contro i sacerdoti, spesso incarcerando gli stessi testimoni per convincerli a fornire la propria “testimonianza” dinanzi alla corte. Sono riusciti in tal modo a reclutare 38 testimoni e ne avevano altri sei in prigione, i quali non si sono piegati alla forza ed hanno rifiutato di testimoniare.

I sacerdoti incarcerati erano sottoposti a ripetuti interrogatori, nei quali si cercava di convincerli – utilizzando vari metodi – a confessare di aver spiato o agito in qualche altro modo contro lo stato oppure di aver collaborato con le forze occupatrici durante la guerra. Sono state prodotte prove, addotti testimoni e si cercavano di ottenere confessioni per provare i reati, di cui erano incriminati gli imputati. I detenuti erano accusati di aver organizzato una rete di spionaggio di dati militari, economici e politici – su istruzioni impartite dalle truppe dei “domobranci” – e dei canali di comunicazione per inviare le informazioni oltre confine. Inoltre avrebbero spacciato della letteratura ostile al governo, incitato gli abitanti ad emigrare ed organizzato fughe oltre il confine con l’Italia, nonché organizzato complotti contro le nuove autorità.

Il processo si svolse dal 13 al 19 marzo 1952 a Tolmino, secondo la procedura tipica degli altri processi contro i sacerdoti. Ad ogni imputato è stato assegnato un difensore d’ufficio, i quali non hanno avuto nemmeno la possibilità di presentare delle prove che dimostrassero l’innocenza degli imputati. I sacerdoti sono stati ammessi all’udienza soltanto durante la lettura dei capi d’imputazione e della sentenza finale. Pur trattandosi di un processo collettivo, ogni imputato doveva testimoniare da solo, senza la presenza degli altri, in modo da non sapere cosa avessero detti i co-imputati sul loro conto. Alcuni imputati sono stati costretti a testimoniare a coppie per costringerli ad accusarsi a vicenda.

Non esistevano e non sono state presentate prove materiali a sostegno dell’accusa. Le testimonianze erano indirette ed inaccurate. Uno dei testimoni disse di aver portato due pacchi oltre confine: il primo contenente medicine, mentre il contenuto dell’altro non gli era noto. Il secondo testimone disse di aver portato del burro ed era convinto che l’imputato non abbia aggiunto delle lettere al pacco, in quanto è stato il testimone stesso ad impacchettare il burro. I testi ricordavano gli eventi in modo sommario o non erano pienamente convinti dei fatti. Uno dei testimoni ha così detto che la persona, che lo aveva minacciato con una pistola, aveva in testa un cappello in pelliccia ed una maschera nera senza occhi. Non ricordava bene se la persona portasse anche un abito da sacerdote, aveva però sicuramente un cappotto lungo e scuro. I testimoni dicevano che i sacerdoti erano contrari alla lotta di liberazione nazionale ed incitavano anche la gente ad opporvisi.

Il pubblico ministero continuava a ricordare ai testi il loro giuramento e dunque l’obbligo di dire la verità. I testimoni che avevano portato delle lettere o dei pacchi oltre confine, non erano infatti pienamente convinti del contenuto dei pacchi o delle lettere. Sono state numerose le persone che hanno testimoniato contro i sacerdoti, aggiungendo, però, spesso di non ricordarsi con esattezza dei fatti o che l’imputato li ha spesso aiutati durante la guerra. Così, per esempio, uno dei testimoni disse che il prete era contrario al movimento della lotta di liberazione nazionale, aggiungendo che è stato lo stesso prete a salvarla dall’arresto nazista.

La sentenza è stata resa il giorno di san Giuseppe, 19 marzo 1952. Ivan Kobal è stato condannato a 18 anni di carcere duro e quattro anni di revoca dei diritti civici. Ivan Hlad ha ricevuto una sentenza di due anni di carcere duro e quattro anni di revoca dei diritti civici. La sanzione imposta a Ludvik Šturm era di 10 anni di carcere duro e due anni di revoca dei diritti, mentre a Ljubo Marc sono stati inflitti 10 anni di carcere duro e tre anni di revoca dei diritti. Karel Klinkon ha ricevuto nove anni di carcere duro e due anni di limitazione dei diritti; Stanislav Sivec tre anni e sei mesi di carcere duro. La sentenza di un anno e mezzo di carcere duro è stata inflitta anche a Robert Zadnik.

Hlad è rimasto in carcere per nove anni ed è stato trasferito varie volte: da Tolmino a Lubiana, di seguito a Ig, a Maribor ed a Rogoza. Marc era imprigionato a Tolmino, Lubiana, Ig e Škofja Loka, prima di essere rilasciato il 18 gennaio 1958. Sivec è stato rilasciato nel gennaio del 1953, come anche Klinkon e Zadnik. Kobal uscì di prigione l’8 settembre 1956. Prima di uscire dal carcere i sacerdoti dovevano firmare una dichiarazione che gli proibiva di parlare degli eventi in prigione. Un obbligo, questo, che hanno sempre rispettato temendo le conseguenze per se stessi, ma soprattutto per coloro che avessero sentito le loro testimonianze.

Marija Čipic Rehar