Intervento prof. Raoul Pupo presso la Transalpina

di | 27 Febbraio 2011

Sabato 22 settembre 2007

L’occasione che ci fa incontrare questa sera è il ricordo di un trattato di pace, cioè di uno di quegli eventi che meglio rappresentano la profonda contradditorietà della nostra storia di uomini.

La pace è sicuramente il maggiore dei beni e senza di essa non possiamo vivere, ma la forma che essa assume dopo un conflitto può essere quella della catastrofe: è così ad esempio che nell’area giuliana sono stati percepiti i trattati di pace dopo la prima e dopo la seconda guerra mondiale, da parte delle diverse componenti della società locale.

Ciò significa che anche la pace va interpretata e va gestita, cioè va caricata dei contenuti che permettono di farne un tempo di speranza e non di rancore. su questo confine, questi sessant’anni di pace sono stati sufficientemente lunghi e accompagnati da sufficiente benessere, anche se molto asimmetrico, da consentire che crescessero lo spirito di apertura e l’abitudine alla tolleranza. ma non possiamo dimenticare che proprio dietro a noi, in quell’area balcanica da cui la slovenia è appena uscita, e della quale la valle che sta alle nostre spalle rappresenta una delle classiche soglie, la lunga pace è stata sconfitta e la vita è ancora quella dei dopoguerra.

Il luogo poi in cui ci incontriamo è divenuto oramai uno dei simboli piu’ noti ed intensi della dimensione del confine, cioè di uno spazio affatto particolare, apparentemente chiaro – anzi, fatto apposta per distinguere – ma in realtà fortemente ambiguo: uno spazio che può ridursi soltanto ad un “non luogo”, un limite congiunto di spazi diversi che si materializza in una striscia bianca, o in una rete, o in un muro, oppure può dilatarsi fino a diventare territorio di frontiera, sul quale e del quale è possibile vivere.

Tutte queste esperienze sono state vissute nell’arco di pochi decenni dalle genti giuliane, tant’è che gli storici hanno preso a parlare volentieri del “laboratorio giuliano”, intendendo con tale espressione il fatto che su questo fazzoletto di terra in cima all’adriatico si sono concentrati in maniera esemplare alcuni dei fenomeni più significativi della contemporaneità nell’europa centrale. dal momento che il termine è stato coniato dagli storici, che guardano indietro almeno di cinquant’anni, ad essere osservate sono state soprattuto le grandi tragedie che hanno condraddistinto il secolo scorso:

– i contrasti nazionali intrecciati a conflitti sociali;
– le guerre di massa;
– gli effetti imprevisti della dissoluzione degli imperi plurinazionali;
– l’affermarsi di regimi antidemocratici impegnati ad imporre le loro pretese totalitarie su di una società locale profondamente divisa;
– lo scatenamento delle persecuzioni razziali e creazione dell’ “universo concentrazionario” ;
– i trasferimenti forzati di popolazione capaci di modificare irreversibilmente la configurazione nazionale di un territorio;
– le persecuzioni religiose in nome dell’ateismo di stato;
– la conflittualità est-ovest lungo una delle frontiere della guerra fredda.

Tutto questo in effetti è accaduto, però non possiamo neanche dimenticare che gli ultimi decenni del novecento, quasi che il secolo orribile volesse redimersi, hanno visto affermarsi in quest’area logiche completamente diverse, improntate al dialogo e alla collaborazione: ed anche questa volontà e capacità di superamento – forse più viva a gorizia che altrove – è parte integrante del laboratorio giuliano.

Possiamo dire allora, che questo territorio ha sperimentato l’intera evoluzione del modo d’intendere il confine: dal confine leggero ed incerto della medievale contea di Gorizia, al tracciato definito ma tutt’altro che lineare del confine tra i moderni domini i veneti ed asburgici, ai confini intraprende la sua azione modernizzatrice, e che diviene addirittura confine sacro, perché circoscrive il perimetro entro il quale si celebra la nuova religione della patria, che nella contemporaneità talvolta sostituisce la religione di Dio, e talvolta si fonde con essa, dando luogo a commistioni non sempre felici.

In questa piazza, la metafora svela la sua contraddizione: la linea di confine taglia quella ferroviaria, la barriera interrompe il passaggio, recide le speranze di progresso. grazie al cielo, la fantasia creatrice degli uomini riesce talvolta a farli uscire dai labirinti in cui si sono cacciati, e li rende capaci di costruire nuove città e nuove strade, lungo le quali possiamo sperare di andare avanti.