Militari italiani nei campi di prigionia in Jugoslavia

di | 27 Febbraio 2012

Intervento di Nevenka TROHA a Borovnica

Gli italiani reclusi nelle prigioni di guerra jugoslave tra gli anni 1944-1947 possono essere divisi in tre gruppi. Il primo gruppo, il minore anche secondo fonti italiane, è rappresentato dai soldati appartenenti a unità militari, paramilitari e di polizia arrestati sul territorio della Venezia Giulia a fine aprile e nel maggio del 1945. Il secondo gruppo, il più numeroso, è rappresentato dai soldati italiani arrestati sul territorio jugoslavo dopo la capitolazione dell’Italia e divenuti dapprima prigionieri dei tedeschi e successivamente, man mano che procedeva la liberazione della Jugoslavia, passati progressivamente sotto prigionia jugoslava. Nello stesso tempo una parte cospicua dei soldati italiani che nel settembre 1943 si trovavano sul territorio jugoslavo aderivano al movimento di liberazione jugoslavo. Il terzo gruppo è invece rappresentato dai soldati italiani, già prigionieri dei tedeschi in Germania e in altre nazioni occupate, che cercavano di ritornare a casa attraverso la Jugoslavia e che sono stati arrestati dagli jugoslavi. Tutti sono stati fermati in quanto appartenenti ad unità militari dell’Italia, Stato occupatore fino al settembre 1943.

Il numero degli italiani prigionieri in Jugoslavia variava continuamente a causa dei continui rilasci che venivano effettuati più o meno intensamente. Alla fine della guerra erano presumibilmente presenti in Jugoslavia circa 50.000 italiani, già ex soldati di occupazione (truppe d’occupazione). Nei primi mesi c’è stato il rientro di circa 35.000. La grande maggioranza di loro non erano prigionieri ma ex soldati italiani che si erano uniti (schierati accanto) ai partigiani jugoslavi. Dei prigionieri effettivi dovevano inizialmente rientrare soprattutto quelli ammalati e i feriti. Dalle informazioni date dalle autorità jugoslave al delegato della Croce Rossa internazionale risultava che nell’ottobre 1945 c’erano in Jugoslavia ancora 17.000 prigionieri – italiani, nel gennaio 1946 ancora 12.000, nel febbraio 1947 circa mille, mentre dovrebbero essere stati rilasciati quasi tutti entro il settembre dello stesso anno. La Croce Rossa internazionale ha pubblicato nel gennaio del 1946 gli elenchi degli italiani prigionieri e detenuti in Jugoslavia nei quali c’erano 9.892 nomi.

La maggioranza degli italiani arrestati nella Venezia Giulia tra la fine di aprile e nei primi giorni di maggio del 1945 in qualità di prigionieri di guerra, è stata imprigionata nel campo per prigionieri di guerra a Borovnica presso Lubiana. È stato probabilmente uno dei più crudeli e disorganizzati campi di prigionia in Jugoslavia. La maggioranza dei prigionieri italiani in Jugoslavia sarebbero morti nel campo e nelle marce forzate per raggiungerlo.

Fonti italiane mettono in evidenza che i prigionieri vivevano in baracche semi distrutte (fatiscenti), senza gabinetti, senza acqua, sarebbero stati lasciati seminudi, affamati, bastonati di continuo, spesso uccisi senza motivo dalle guardie. Sono stati pure preda di numerose epidemie. Ci sarebbero inoltre state varie eliminazioni di massa. I prigionieri di Borovnica ammalati venivano curati al castello di Økofja Loka, dove parecchi di essi sono morti soprattutto a causa del tifo.

Nella Venezia Giulia incominciarono a circolare voci riguardo le difficili condizioni di Borovnica e coloro che parteggiavano per l’Italia hanno iniziato ad equiparare il trattamento delle autorità jugoslave al nazismo, mentre Borovnica diventava nella loro propaganda la nuova Dachau. Anche a causa di queste voci, le autorità slovene presero perciò dei provvedimenti. Le condizioni del campo sono progressivamente migliorate, mentre nello stesso tempo il campo veniva lentamente evacuato.

La maggioranza dei prigionieri veniva rilasciata o trasferita in altri campi già entro l’autunno del 1945 così che alla fine di ottobre del 1945 vi erano ancora rinchiusi solo 352 prigionieri.

Dai rapporti possiamo apprendere che allora il vitto era comunque sufficiente ma povero mentre il vestiario era insufficiente, infatti i prigionieri dormivano ancora su tavolacci e mancavano le coperte. Nelle baracche c’erano però le stufe. L’igiene, seppure era migliorata, era molto scarsa. Pure il delegato della Croce Rossa internazionale comunicava nel novembre del 1945 a Belgrado che le condizioni dei prigionieri di guerra italiani in Jugoslavia era negli ultimi mesi notevolmente migliorate e che il trattamento dei prigionieri era visto complessivamente conforme alla convenzione di Ginevra.

Nella primavera del 1946 il campo veniva evacuato. Successivamente nell’agosto del 1946 veniva definitivamente chiuso.

Nevenka Troha