Testimonianza a Borovnica

di | 27 Febbraio 2012

12 ottobre 2005

Duecentocinquanta persone – un centinaio delle quali provenienti da Gorizia e da numerose paiesi della provincia – hanno partecipato sabato 12 ottobre a Borovnica, un piccolo centro alla periferia di Lubjiana, all’incontro promosso da Concordia et pax, l’associazione che ogni hanno propone “Itinerari di memoria e di riconciliazione”, occasione per fare memoria di eventi storici e per costruire sul perdono reciproco strade di comprensione e di accoglienza fra le persone, fra le istituzioni, fra gli Stati.

La scelta di Borovnica – che è stato prima campo di concentramento a responsabilità italiana dove erano costretti i cittadini sloveni, fra il 1941 ed il 43, che non intendevano riconoscere i diritti dell’esercito occupante; e, successivamente, dal 45 al 47, campo di prigionia per i militari italiani internati dall’esercito di Tito – è venuta maturando dopo riflessioni e ricerche attente e accurate. Incontri e appuntamenti culturali hanno fatto da itinerario di preparazione:inoltre, è in fase di elaborazione una pubblicazione che consentirà di venire a contatto con una testimonianza memorialistica sulla tragedia del campo di concentramento dei militari italiani.

“Concordia et pax” è impegnata a qualificare opportune ricerche per ristabilirne il più possibile la veridicità degli eventi. Il secondo, ma altrettanto qualificante, obiettivo di Concordia et pax è quello di promuovere un vero e proprio itinerario di riconciliazione e di perdono: Borovnica era ed è stato un momento alto di questo impegno. Nel cimitero del paese, dove in una fossa comune, trovano riposo gli internati morti fra il 1941 ed il 1943, è stata posta una targa che ricorda tale impegnativa scelta. Quella del perdono per ogni violenza e disumanità, ma anche l’impegno a costruire un mondo nel quale – messe da parte le divisioni ideologiche – riemerga il coraggio di chiamare con il loro nome soprusi e sopraffazioni; di chiedere perdono non per gli idealismi ma per i gesti concreti di solidarietà e di impegnare il futuro come tempo di pace e di accoglienza reciproca.

Insieme alla targa – segno di questo momento di riconciliazione – fiori e preghiere sono state poste per ricordare le popolazioni slovene strappate alle loro case e portate nei vari campi di concentramento nella stessa Slovenia ma anche in Italia; preghiere e benedizioni – ed era la prima volta – sono state recitate davanti al monumento che ricorda i partigiani di Tito morti e, infine, davanti al monumento che celebra il sacrificio di cittadini che hanno sotto altre bandiere combattuto per la liberazione del popolo sloveno dalla tirannia del regime nazista ma anche di uomini e donne che hanno trovato la morte per le mani dei responsabili del movimento comunista del Presidente Tito. Alcuni dei quali hanno trovato morte atroce nelle varie foibe della zona circostante.

Un ricordo comune, una riflessione alla quale sono uniti il presidente del Parlamento sloveno France Cukjati, il sindaco di Borovnica ed il presidente della Provincia di Gorizia Giorgio Brandolin. Prima di loro aveva sottolineato il significato ed il valore dell’iniziativa il presidente di Concordia et pax don Vinko Paljk, parroco di Solkan-Salcano. Dalle autorità è venuto il consenso ed il riconoscimento per questa iniziativa che – come ha detto Cukjati – consente di parlare Italiano in terra slovena e sloveno in terra italiana, in piena libertà e rispetto.

Dopo l’omaggio alla grande croce e ai monumenti che ha avuto protagonisti l’arcivescovo France Perko e l’arcivescovo di Gorizia Dino De Antoni, ha avuto luogo nella chiesa parrocchiale la celebrazione della messa. La scelta è caduta proprio sulla Messa che il messale romana chiama “per la concorida e la pace fra le genti”.

Il momento di preghiera, accompagnato dal gruppo corale del paese che ha eseguito diversi brani della tradizione musicale latina e locale, ha trovato significativo risconrtro nella parole dell’anziano ex-arcivescovo di Belgrado che ancora una volta ha proclamato la centralità del perdono come modo di essere attivi per realizzare una autentica esperienza di comunione. A tutti i partecipanti è stata consegnato con il libretto dell’incontro di preghiera, anche tre testi sottoscritti appunto dal prof. Marco Cuzzi, da Nataøa Nemec e da Nevenka Troha.

L’occupazione italiana (1941-1943)

Intervento di Nataøa NEMEC a Borovnica

Borovnica si trova nel terreno paludoso di Lubiana a sud della capitale della Slovenia ed è significativa soprattutto perché nelle sue vicinanze passa la linea ferroviaria. Il viadotto di Borovnica, lungo 480 metri e alto 50, è stato costruito dall’Austria-Ungheria negli anni 1851-1857 sulla linea ferroviaria Vienna-Trieste. Rappresentava allora la più importante opera della monarchia.

Nei primi giorni di aprile del 1941, lo stato italiano, in collaborazione con lo stato tedesco, il terzo reich di Hitler, ha aggredito la Jugoslavia ed ha conquistato la provincia di Lubiana. Ciò nonostante la divisione Triglav della vecchia armata jugoslava, riuscì ad effettuare vaste ed efficaci distruzioni delle linee di comunicazione. Infatti nella notte dell’11 aprile 1941 le unità del genio hanno distrutto la più importante opera ferroviaria in terra jugoslava, il viadotto di Borovnica, sulla linea Lubiana-Postumia.

Furono fatte saltare otto arcate, mentre la nona crollò da sola. Le autorità di occupazione italiane hanno intrapreso immediatamente la ricostruzione del viadotto. Al posto degli archi distrutti posero in opera una costruzione metallica lunga 200 metri che poggiava su pilastri in ferro alti 40 metri. L’opera è stata realizzata dal genio ferroviario con il contributo di 1200 operai, ed è così che per loro vennero costruite a Borovnica le prime grandi baracche. L’opera fu solennemente inaugurata il 27 giugno 1941 dal ministro dei trasporti del governo fascista italiano Host Venturi.

Con il progressivo intensificarsi della lotta di liberazione nazionale attorno a Borovnica e nelle località vicine si è costituita la Borovniøka partizanska œeta che è progressivamente aumentata di numero e che è confluita poi nel Krimski bataljon. Fino alla capitolazione dell’Italia nelle formazioni partigiane combatterono circa 120 partigiani di questo territorio.

Con l’offensiva italiana dell’estate 1942 sono iniziate numerose azioni di pulizia tra la popolazione civile. I paesi di Breg e di Pako sono stati letteralmente vuotati della popolazione e la popolazione deportata. Circa 65 famiglie furono trasferite nel campo di prigionia italiano di Visco, circa 40 persone a Gonars, quelle politicamente più compromesse invece a Rab. Nell’autunno poi del 1942 gli Italiani hanno incendiato le località di Pokojiøœe, Zavrh e Padeæ e la popolazione si disperse.

A causa del minamento del ponte ferroviario a Preserje nel dicembre 1941 l’occupatore italiano fucilò a Borovnica sei ostaggi. Nel periodo dal 6 dicembre 1941 al 19 luglio 1943 il tribunale militare italiano ha condannato a morte 80 sloveni eseguendo le relative sentenze.

A causa delle ininterrotte azioni diversive partigiane i tedeschi, dopo aver assunto il comando militare della provincia di Lubiana, hanno costruito una linea ferroviaria di 3 km. che aggirava il terreno paludoso. Nel 1944 gli alleati bombardarono più volte il viadotto di Borovnica riuscendo a renderlo inagibile nel marzo 1945. Dopo la guerra, l’idea di rinnovare il viadotto fu lasciata cadere e oltre il terreno paludoso fu costruita una linea ferroviaria di 11 km. La linea fu costruita soprattutto dai prigionieri di guerra che stazionavano sul territorio proprio per la stessa linea ferroviaria.

Nataøa NEMEC

Cara Borovnica

Intervento di France Cukjati a Borovnica

Ci sono stati tempi, in cui la parola italiana, straniera, portava in questi luoghi, paura e sofferenza. E ci sono stati tempi, in cui era la terra slovena ad arrecare ai prigionieri italiani umiliazione e morte.

Non guardiamo a questo, a quello che c’è stato prima e a quello che c’è stato dopo, il delitto perpetrato contro l’uomo esige uguale e decisa condanna.

Oggi però, cari amici, possiamo in questo stesso luogo riascoltare la parola italiana. Questa tuttavia non è una parola di umiliazione e di odio, ma parola di amicizia, di rispetto, di comprensione. Di comprensione della sofferenza della nostra gente, di cui molti mai hanno fatto ritorno da Arbe o da Gonars.

E anche la parola slovena sia oggi una parola di amicizia, di rispetto e di comprensione. Di comprensione della sofferenza dei giovani italiani, che il fascismo aveva forzatamente mobilitato e mandato a morire in terre straniere. Analogamente i nostri uomini della Stiria, forzatamente mobilitati vennero mandati sul fronte russo, da dove molti non sono mai tornati, lasciando alle spalle fidanzate senza fidanzati, mogli senza mariti, figli senza padri, poderi senza padroni. Così in Slovenia, così in Italia.

La follia della guerra e il significato dell’odierno incontro possiamo comprenderli, solo se guardiamo gli avvenimenti, non già dall’alto delle differenze ideologiche, ma dal lato umano, cioè a partire dal destino esistenziale della singola persona.

France Cukjati